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di Davis
Raddi
Un’arte che sorprende, colpisce, incanta, per dimensioni, colori
e forme plastiche tridimensionali....un’arte che cattura ed interroga
i materiali, le forme e i suoi interlocutori....un’arte che elabora la
materia e la trasforma, giocando su un filo invisibile tra pittura, scultura
e designer.....un’arte che infine riconduce all’artista Paolo
Ferrari, il quale sorprende l’osservatore attraverso una ricerca
che non ha nulla a che fare con l’idea di quadro dipinto, ma che vuole
tuttavia proporre un gesto pittorico poietico e poetico, presentandosi
come informale materico sul palcoscenico del bello, dell’estetico e perché
no della vita stessa, sono gli elementi che caratterizzano l’iter artistico
e l’apprendistato pittorico dell’artista e delle sue opere.
Nato a Bergantino nel ’68, l’artista riscopre continuamente il contatto e l’elaborazione dei materiali, il gioco dei colori, delle sfumature e delle ombre, dove quest’ultime, in fondo, divengono ritagli impercettibili o percettibili appena della luce, che risulta essere quasi sempre irreale, o meglio surreale.
Sarà per questo,
che Paolo Ferrari, predilige le superfici di striscio,
la percezione tattile-materica, che richiama mondi iperuranici e lunari:
esplosioni preadamitiche, dove il magma e la materia primordiale, esplodendo,
trovano una propria dimensione ed un proprio senso nell’opera dell’artista,
che anche per questo, ricerca la monocromia di colori assoluti e magici
come quelli dell’oro e dell’argento.
Non è dunque
un caso, o meglio, è una casualità voluta, l’utilizzo di materiali come
il poliuretano espanso, che nell’atto del suo utilizzo sulla tela, esplode,
si espande, avvolge, fagocitando lo spazio ed il tempo in un atto irripetibile
ed unico: quello del fare arte, che sorprende lo spettatore anch’egli
fagocitato e catturato dalla materia, dall’irresistibile desiderio del
contatto con quella superficie che prende corpo e sostanza, ricercando
impercettibili significanze, nelle infinite traduzioni a cui l’arte di
Ferrari si presta.
Ecco che
forse, proprio qui, il connubio tra arte e bello, tra estetico inteso
come il “baumgartiano” “ars pulcre cogitandi”
ed il verbo greco, da cui lo stesso lemma “estetica”
deriva, ovvero percepire, sentire, si fa vivo più che mai: la percezione
diviene quotidiana, il contatto con l’opera è continuo, l’artista vive
e lavora nella sua “home-gallery”, a contatto con le
sue opere, il visitatore che è anche amico e frequentatore della quotidianità
dell’artista, respira l’opera non più con quel senso sacrale ed asettico
del museo, ma con quello confidenziale di una casa bella ed accogliente.
Il museo
o la galleria, divengono insomma la casa di ogni giorno, le stravaganti
poltrone, sofà e lampade, oltre ad essere opera d’arte, sono anche oggetti
del vivere quotidiano: si assiste cioè ad un processo ribaltato, rispetto
a quello utilizzato da Marcel Duchamp con le sue “fontane-orinatoi”,
che estrapolati dal contesto quotidiano ed inseriti in quello museale,
vengono investiti dalla sacralità dell’opera; qui l’opera invece, è tolta
dal museo e vissuta giornalmente.
Ma, in fondo,
i giochi materici di Ferrari, vengono ad identificarsi
con i moti dell’anima dell’artista: turbolenze, capricci, spasmi, esplosioni
che lo spirito inquieto produce, che la materia rappresenta, che Ferrari
concretizza, sono forse i segreti dell’artista.
Egli, li cattura inavvertitamente, per poi fermarli ed elaborarli sulla tela, nell’uso insolito di materiali come sabbia, commista di colore e colori, in quei giochi ottici, che ingannano il pubblico che li guarda, mutando di volta in volta colore e dimensione, in base alla prospettiva, ai punti luce, al fruitore.
Quella dell’artista
allora, è un’arte che magicamente incanta, che Paltone,
definirebbe menzognera ed ingannatrice, ma che in fondo, sa stuzzicare
le corde dell’emotività e della creatività, del bello tout-court, ma anche
quello di una spiritualità superiore, iper-materica,
quasi irreale nelle sue coloriture calde dell’oro, dell’argento e delle
polveri metalliche.
Ferrari, premiato terzo alla Biennale
d’Arte Contemporanea “Leonardo da Vinci” di
Roma, si mette in gioco, invita al gioco di prospettive,
modellando a sua volta la materia informe attraverso una gestualità mirata
e controllata, con colpi si spatola, plasmando l’implasmabile, attraverso
quell’atto assoluto e per certi aspetti irrazionale che il “diaframma
della mano” dell’artista rappresenta.
Le origini
dell’arte di Ferrari, si trovano a brandelli, in diversi
movimenti artistici dell’arte del ‘900, in una sorta
di eccletismo e riorganizzazione, che si perdono anch’essi nella materia
informe che egli rappresenta: ecco allora che è possibile ravvisare le
tracce di Yves Klein e del “Noveau Réalisme”,
per ciò che riguarda la sua ricerca monocomatica dell’oro, ma anche per
certi aspetti quelle di Fontana nel suo “Concetto
Spaziale”, in cui si registra l’accidentalità degli interventi,
con l’inserimento di sabbie e lustrini.
Ferrari
tuttavia, rivisita e ripercorre le correnti artistiche, prendendo le distanze
da generie e riferimenti storico-culturali, pur non negandoli: la sua
diviene allora una ricerca in se stesso, capace di volta in volta di rappresentarsi
nella caoticità e plasticità della vita nelle sue sfaccettature.
Ma al di là delle critiche e delle parole, ancora una volta è l’opera a parlarci, a trasmetterci quel senso della vita e del sogno, quella capacità dell’oltre e del meraviglioso i cui confini e contorni, solamente l’arte è in grado di tracciare e solamente l’opera di manifestare.
Pertanto:
“Molte son più antiche le cose che le lettere.....a noi basta
la testimonianza delle cose” (Leonardo da Vinci).
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